La salute mentale nasce dove qualcuno si prende cura di qualcuno: la solitudine si cura solo insieme.

Care colleghe, cari colleghi,
maggio è il mese dedicato alla consapevolezza sulla salute mentale, un tempo prezioso per fermarci a riflettere su quanto il benessere psichico nasca, cresca e si trasformi all’interno delle relazioni. La salute mentale non è mai un fatto individuale: è una trama che si tesse nei legami, negli sguardi, nella possibilità di essere accolti dentro una comunità.
Il 10 maggio si celebra anche la Festa della Mamma. Nella prospettiva della psicoanalisi la madre ha avuto da sempre un ruolo importante, nella Psicoanalisi multifamiliare, però, non è soltanto la figura della madre a essere al centro, ma la funzione materna: quella capacità di accogliere, contenere, dare senso, che riguarda ciascuno di noi nella relazione con i figli e, più in generale, nella relazione con l’altro. Una funzione che richiama tutta la comunità alla responsabilità di costruire contesti relazionali capaci di sostenere la crescita psichica.
Accanto a questa dimensione simbolica e generativa, esiste però una realtà spesso silenziosa: la solitudine che molte madri attraversano, un tempo fragile in cui il carico emotivo, fisico e relazionale può diventare difficile da sostenere senza una rete che accompagni, ascolti e condivida. È qui che la comunità diventa essenziale, trasformando l’isolamento in appartenenza e sostegno.

Scriveva William Makepeace Thackeray, «Madre è l’altro nome di Dio sulla bocca e nei cuori dei nostri figli». Una frase che racchiude la grandezza simbolica di questa figura, ma che oggi risuona ancora più forte dentro un cambiamento sociale che spinge sempre più verso l’isolamento, l’autosufficienza e la performance individuale. In una cultura che chiede di “farcela da soli” e di essere sempre adeguati,rischiamo di perdere il valore della condivisione, del chiedere aiuto, del costruire reti di sostegno attorno alla maternità e, più in generale, alla crescita dei figli.
Parlare di salute mentale a maggio significa allora parlare di madri, di padri, di figli e di famiglie, di legami e di comunità: di quello spazio condiviso in cui la cura diventa possibile e la solitudine può trasformarsi in relazione.
È proprio a partire da questa idea di comunità che il nostro lavoro come Laboratorio prende forma ogni giorno: creare spazi in cui la solitudine possa trasformarsi in parola condivisa, in ascolto reciproco, in possibilità di pensiero. Spazi in cui la funzione materna, intesa come capacità di accogliere e contenere, diventa esperienza collettiva.
In questa newsletter vi raccontiamo alcune delle iniziative che danno forma a questo impegno condiviso.
Un caro saluto e buona lettura
Claudia Tardugno

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Dialogando con Federico Russo, ideatore de “Lo Spiraglio Filmfestival della salute mentale”
In occasione della nuova edizione de Lo Spiraglio Filmfestival della salute mentale, di cui il nostro Laboratorio è partner, abbiamo dialogato con Federico Russo, psichiatra e ideatore del festival.
Nato fin dall’inizio come un progetto costruito con i pazienti e non semplicemente per i pazienti, Lo Spiraglio è diventato negli anni uno spazio vivo di incontro tra cinema, salute mentale, operatori, familiari e persone in cura. Un luogo dove la narrazione cinematografica si intreccia con l’esperienza diretta e dove, non a caso, trova ogni anno casa anche il gruppo di Psicoanalisi Multifamiliare.
In questa breve intervista, Federico Russo ci accompagna dentro l’anima del progetto e nelle trasformazioni che hanno segnato questi sedici anni di lavoro condiviso.
1. Federico, Lo Spiraglio Film Festival è un progetto che nasce con i pazienti, in uno scorcio di “vita quotidiana” dei progetti pensati e organizzati dai servizi di salute pubblica. Ci racconti come accade questa co-progettazione e quando hai capito chiaramente che era, e doveva essere, qualcosa costruito insieme operatori e pazienti?
Non lo so come accadde veramente. Ero arrivato da poco al centro diurno di via Palestro e il Comune di Roma aveva lanciato un bando per progetti innovativi nell’area della Salute Mentale.
L’esperienza cinema e Salute Mentale veniva da lontano: me ne ero occupato già dall’università e avevo persino avuto un laboratorio di ricerca con cinque colleghi, con un progetto che chiamammo Psichiatria e cinema. Poi, nel 1992, con questo gruppo di colleghi e molti fondi dell’industria farmaceutica, facemmo un grande congresso che chiamammo, su mia idea, Immagini della mente. In quell’occasione raccogliemmo moltissimi documentari che arrivarono da ogni parte del mondo e mi resi conto che c’erano videoteche in quasi tutti i grandi centri di psichiatria, di psicoanalisi e di terapia sistemica, e che c’erano molti esperti che si occupavano di salute mentale e comunicazione visiva.
Studiai, partecipai a diversi incontri sul tema e conobbi in particolare Zapparoli, molto interessato alle potenzialità degli strumenti audiovisivi, anche se li utilizzava con metodi che non miconvincevano del tutto. Tuttavia stabilimmo un’ottima relazione e mi propose persino di andare a lavorare per lui a Milano.
Così, quando arrivai a via Palestro nel 2009, con l’incarico che mi affidò Andrea Narracci, il progetto innovativo che avevo in testa era quello di un festival. Pensai da subito che bisognava raccogliere materiale audiovisivo e presentarlo al grande pubblico.
L’intuizione per cui, alla prima riunione, coinvolsi, oltre a Lucia Simonelli, due pazienti, non so esattamente da dove venne. Sicuramente volevo andare in una direzione diversa da quelle percorse fino ad allora. Volevo che chi aveva un’esperienza diretta di sofferenza psichica potesse aiutarmi a realizzare un contenitore idoneo, renderlo flessibile, proteggerlo dalle insidie delle istituzioni.
Lavorare con i pazienti a questo progetto è stato difficilissimo. Ma forse, oggi, è stato l’unico vero motivo per cui questo progetto è ancora attivo.
2. In questi 16 anni si sono succedute tante esperienze ed evoluzioni nel progetto. Cos’è oggi Lo Spiraglio e quali trasformazioni ti hanno colpito di più nei film che arrivano rispetto ai primi anni?
I primi anni i film arrivavano dentro buste gialle, inviati per posta. Erano cassette VHS, perlopiù. Materiali molto diversi l’uno dall’altro: alcuni con un piglio professionale, altri molto rudimentali. Pensavo da subito che dovevamo premiare la creatività e la capacità di raccontare cose difficili e dolorose in modo chiaro, semplice, persino leggero.Avevamo anche un’altra ambizione: che il festival, nel tempo, potesse alimentare la qualità dei prodotti audiovisivi, in particolare quelli sviluppati all’interno dei servizi riabilitativi psichiatrici, comunità terapeutiche, centri diurni. Questo è stato solo in parte vero. Molti servizi psichiatrici hanno tuttora un livello di produzione video troppo scadente rispetto alla ricchezza dei prodotti che provengono dal mondo del cinema.
Ma complessivamente direi che oggi il festival presenta film sempre più capaci di rappresentare le relazioni patologiche, piuttosto che le malattie.
3. Partecipare alle giornate è sempre una grande emozione, circolano tante emozioni. Questa edizione si è aperta con un confronto su varie esperienze intorno ai temi della salute mentale. Che tipo di clima senti si crea tra pubblico, operatori, autori, e persone che prendono parte a questo evento?
Il clima emozionale del festival assomiglia molto a quello del gruppo di psicoanalisi multifamiliare. Per me, per noi operatori, per i pazienti, è come stare in un gruppo che dura sessanta ore di fila.Mi ricorda molto l’esperienza dei congressi di Buenos Aires, in particolare quello del 2008 con García Badaracco. La regolazione del clima è una delle cose più importanti, e sento che coinvolge non solo noi, ma tutto il pubblico. Il gruppo cittadino al MAXXI è una specie di momento catartico. Non è sempre riuscito, ma negli ultimi anni vedo che, oltre a essere più partecipato, permette anche una buona esplorazione di vissuti profondi da parte di tutti.
Quest’anno l’evento di apertura è nato chiacchierando con Lucia, dopo che con altre due terapiste siamo andati a Boario al congresso delle Parole Ritrovate. Abbiamo pensato che non ci piace coinvolgere i pazienti con le loro testimonianze, ma che alcuni aspetti di quella esperienza, e di altri più squisitamente sociali, assomigliano alla lontana al gruppo di psicoanalisi multifamiliare.
Allora abbiamo immaginato una specie di “Maurizio Costanzo Show”, per far emergere in modo chiaro e divulgativo il pensiero di alcuni esperti. Abbiamo cercato di curare molto la regia di quell’incontro. Non so se siamo riusciti davvero a far passare ciò che cercavamo, ma nel complesso, a parte un po’ di fretta, è stata una mattina interessante.
4. É stato più volte detto che il cinema riesce a dire molto sulla sofferenza psichica, permette di vivere, guardando, cose che le parole non riescono a trasmettere. Che vedi accadere alle persone dopo le proiezioni?
Tanti vengono a complimentarsi, come se avessimo diretto noi i film.
Quest’anno mi ha molto colpito un’operatrice che conosco da moltissimi anni, a cui sono molto legato: dopo un film mi ha abbracciato e ha cominciato a piangere. Accanto c’era suo marito. Lei piangeva e non riusciva a smettere, lui sembrava quasi vergognarsi. È stato molto forte.
Molte persone escono con gli occhi lucidi. Molti si rivedono nelle storie, le attraversano con le proprie esperienze. Negli incontri dopo i film mi sembra che ognuno veda una storia diversa dagli altri.
Ma l’idea di stare lì tutti insieme, vivere quelle storie e poi incontrare gli autori mi sembra una opportunità straordinaria. Un bel regalo che facciamo a questa città, talvolta un po’ stanca e avara.
5. Ci sono state varie “squadre” vincenti in questo progetto tutte nate dalla collaborazione e contaminazione tra mondi. Che idea ti sei fatto della generatività che questo progetto propone e, di fatto, realizza?
L’idea è che, se tieni la porta aperta e permetti alle persone di vedere quello che succede dentro, senza paura di essere spiati, manipolati o copiati, le persone prima si incuriosiscono, poi si appassionano e, se hanno qualcosa di buono da proporre, vengono e lo portano dentro. È stato così per tutte le collaborazioni che il festival ha saputo costruire, anche per quelle che poi si sono interrotte.
6. Lo Spiraglio Film Festival della Salute Mentale integra cinema e relazioni, creando uno spazio di apertura dove si possono vivere le emozioni con la possibilità di metterle in parola. Il laboratorio Italiano di Psicoanalisi Multifamiliare (LIPsiM) da sempre è partner dell’evento e sostiene il Gruppo di psicoanalisi Multifamiliare che si tiene durante le giornate. Dal mio punto di vista sia il LIPsiM che il progetto del festival puntano a guardare attraverso gli spiragli per far venire fuori la parte inespressa di ciascuno, trasformando le relazioni. Cosa porta la PMF dentro il festival e cosa porta il festival nel gruppo?
Come dico sempre, e non mi stanco mai di ripeterlo, il festival è una emanazione del gruppo di psicoanalisi multifamiliare.
Le caratteristiche dell’organizzazione, il modo di lavorare basato sul rispetto, la parità, l’umanità, le abbiamo imparate facendo i gruppi.
Sono certo che la psicoanalisi multifamiliare può alimentarsi di arte e che, a sua volta, l’arte – in particolare quella così complessa che chiamiamo industria cinematografica – avrebbe bisogno di dispositivi terapeutici.
Nel cinema vediamo molta sofferenza tra le persone, emozioni primarie forti come invidie e gelosie, una grande difficoltà a riconoscere i limiti e a guardare gli altri. Il mondo del cinema, per la piccola esperienza che abbiamo fatto noi, è molto sofferente e rischia di stritolare le persone che ci si lanciano dentro con gioia, passione, ingenuità.
7. Se dovessi spiegare a qualcuno che non lo conosce che cos’è davvero Lo Spiraglio, cosa diresti in una frase?
È quello che diceva Leonard Cohen: è attraverso le crepe che passa la luce.
Borsa di studio “Luciana De Franco”

Come ogni anno ricordiamo la cara Luciana, sempre presente nei nostri cuori, con l’assegnazione della borsa di studio a suo nome. Quest’anno il corpo docenti ha conferito la borsa alla collega Antonella Squarcia riconoscendo “la passione, impegno, serietà ed entusiasmo che ha mostrato sia nello studio della PMF che nella possibilità di portare avanti un concetto di cura che si fonda sulle relazioni, all’interno del suo luogo di lavoro”. Questo atteggiamento rispecchia lo spirito di Luciana e della sua “militanza” nella Psicoanalisi Multifamiliare. Congratulazioni Antonella!
EVENTI
Prossimo seminario del Laboratorio
Venerdì 15 maggio ci sarà il prossimo seminario dal titolo: Catastrofe psichica precoce
Con noi ci sarà la Dott.ssa Lucia Viviana Massaro, Specialista in psicologia clinica, psicoterapeuta psicodinamica del bambino, dell’adolescente e della coppia. Dirigente psicologa- UOC Salute mentale penitenziaria e psichiatria forense della ASL Roma 2 presso la Casa di reclusione di Rebibbia.
Per partecipare ai seminari basta essere iscritti al laboratorio. Per info e iscrizione mandare una mail a psicoanalisimultifamiliare@gmail.com
Prossimo convegno di Psicoanalisi Multifamiliare organizzato dal centro DITEM di Buenos Aires

26/27/28 giugno ci sarà il prossimo Convegno di Psicoanalisi Multifamiliare organizzato dal centro DITEM.
La partecipazione sarà online e in presenza. Per info www.fundamitre.com.ar

Via degli Scipioni, 295 – 00192 Roma